Da qualche giorno non riesco a smettere di pensare all’attuale momento storico videoludico.
Generalmente i variety streamer come me hanno ritmi diversi rispetto a coloro che si concentrano su un unico contenuto e, non avendo molto tempo a disposizione (maledette ventiquattro ore), finiscono in un frenetico susseguirsi di titoli che probabilmente non verranno mai portati a termine. A ciò devo assolutamente sommare il mio profondo odio per la corsa verso i titoli di coda o per la necessità di ottenere a tutti i costi l’arma o l’armatura meta del momento, solo perché il miglior giocatore al mondo ha decretato che è così che si diventa fighi.
Il mio stile di gioco è lento, oserei dire ragionato, e se mi viene proposto un gioco di ruolo open-world, questo concetto si espande e si concretizza ulteriormente, trasportandomi per mano all’interno di quel preciso contesto virtuale.
Questo mio pensiero, ovviamente, potrebbe essere attribuito a qualsiasi videogioco uscito finora, ma è stato Kingdom Come: Deliverance 2 ad aprirmi gli occhi su questa follia collettiva che ci vuole costantemente affamati di contenuti, come iene nella savana.
Sia chiaro, so bene che tra voi lettori ci sono i “completisti”, quelli che scrutano ogni anfratto della mappa, seguono guide scritte da altri, vogliono ottenere tutti i trofei rari e, per non fare brutta figura online, hanno sempre la risposta pronta a ogni dubbio. Non ce l’ho con voi, sono aperto a tutti gli stili di gioco e comprendo benissimo quanto possa essere soddisfacente riuscire a completare al cento per cento un’esperienza videoludica.
Come scrivevo qualche riga sopra, l’ultima opera di Warhorse Studios mi ha rimesso sulla strada che da tempo avevo smarrito, perché sono letteralmente sopraffatto dai giochi da recuperare o provare per la prima volta.
Il Medioevo di Kingdom Come: Deliverance 2 non è roba da speedrunner, e io sono stato in qualche modo benedetto dalla prima virtù dei cavalieri: la pazienza. Ne serve tanta per sopravvivere in un mondo dove basta una parola sbagliata per ritrovarsi appesi a un albero o infilzati da una lama, come uno spiedino a un barbecue domenicale.
Va bene così. Sono pienamente disposto a prendermela con calma e a reimparare l’arte della lentezza, ciò che mi ha fatto innamorare di questo settore: la scoperta dei mondi a piccoli morsi e con i miei tempi.
Mentre rievoco il passato, trottando in sella a Lenticchia tra i pittoreschi campi dell’antico Regno di Boemia, ciò che mi circonda si muove e si evolve costantemente, ma mi concede comunque la possibilità di intervenire senza fretta: talvolta con la diplomazia, altre con filosofiche mazzate.
Le giornate sono scandite dai rintocchi del martello su un pezzo rovente di ferro nella forgia e dai costanti eventi casuali che mi appaiono innanzi ogni volta che mi sposto da un luogo all’altro. Se sono in vena, imparo a usare l’arco cacciando nei boschi e portando a casa carne da essiccare e pellicce da vendere al mercato, perché nulla va sprecato in quest’epoca così difficile.
Avevo bisogno di fermarmi e godermi un’esperienza come quella che vi ho appena raccontato e forse, con un pizzico di presunzione, anche voi dovreste trovare il vostro Kingdom Come: Deliverance 2 e affrontarlo come si faceva anni fa, quando il mercato non era così saturo di titoli incompleti, poco originali ed eccessivamente competitivi.
Noi videogiocatori abbiamo sempre la possibilità di scegliere come impiegare il nostro tempo libero, e questa è una regola imprescindibile che, a mio modo di vedere, non può e non deve essere mai dettata dal consumismo imposto oggi da alcune parti del settore.
Ritroviamo quell’approccio appassionato, quel vivere le esperienze videoludiche con la giusta flemma e la capacità di non trasformarle in incarichi da completare nel minor tempo possibile, perché nessuno, dall’altro lato dello schermo, ci darà una pacca sulla spalla per questo. E se ciò che scrivo vi suona strano o inesatto, allora provate almeno a rispettare chi vuole camminare anziché correre, chi ha deciso di combattere un drago con un rametto di legno anziché con uno zweihänder. Lo dico a voi, lo dico a me stesso.