So a cosa state pensando: che sia troppo tardi per parlare del trentesimo anniversario di Sony PlayStation. Forse sì, ma un giorno vi racconterò della mia tendenza a procrastinare qualsiasi cosa, talvolta perfino i pensieri su ciò che mi ha sempre entusiasmato.
Ciò che, invece, non vi ho mai raccontato se non per sommi capi è come sia nata davvero la mia passione per la PlayStation, e per farlo dobbiamo fare un bel salto temporale all'indietro. Sia chiaro: gli anni e i mesi potrebbero subire piccole variazioni a causa della mia memoria personale, quindi portate pazienza se vi riconoscete in questa storia.
A cavallo tra il 1997 e il 1998, le mie cugine ricevettero una PlayStation, ed io ne ero entusiasta quanto loro, perché fino a quel momento non avevo mai visto così tanti pixel in un videogioco, se non sporadicamente all’interno di una sala giochi. Reduce da rare partite con il Nintendo (NES) di un lontano cugino e da pomeriggi passati su Contra e Super Mario World (SNES) a casa di un coetaneo, cercavo in tutti i modi di dimenticare dove fosse finito il mio Sega Master System 2, sicuramente dato via in regalo dai miei genitori a chissà chi. Ripensandoci, ancora oggi vorrei mangiarmi il fegato.
La PlayStation, tuttavia, segnò una svolta nell’intrattenimento a casa dei miei nonni durante i lunghi pomeriggi invernali: una fila di sedie in legno disposte l’una accanto all’altra, un televisore a tubo catodico sintonizzato su “AV” - con una presa SCART posizionata in modo così scomodo da essere quasi irraggiungibile - e lunghe sessioni di gioco pronte alla partenza.
Era l’inizio della mia adolescenza e di un passatempo che mi avrebbe cambiato la vita. Non lo sapevo ancora, ma qualcosa sarebbe scattato dentro di me ogni volta che avrei sentito la molla del vano CD della PlayStation aprirsi, il suono del disco che iniziava a girare al suo interno e la lente che si sforzava per leggerlo. Come se tutto ciò che venne prima della PlayStation, per quanto poco, non contasse nulla.
Persino la mia attuale passione per le automobili la devo alle innumerevoli ore trascorse su Gran Turismo, il “real driving simulator” che mi faceva costantemente litigare con mio fratello su come spendere i crediti faticosamente guadagnati, cercando di non compromettere eccessivamente il salvataggio sulla memory card.
Ricordo che nell’estate del 1999, nella stessa stanza d’ospedale in cui era ricoverato mio padre, c’era un ragazzo più grande di me che giocava a Metal Gear Solid. Rimasi elettrizzato da quella visione, al punto da promettere a me stesso che sarebbe stato il primo gioco della lista, qualora fossi riuscito a mettere le mani sulla prima console di casa Sony.
C’è stato anche un periodo in cui collezionavo pile di PSM, che adoravo per le sue bellissime copertine fumettose. Fu proprio sfogliando quelle riviste che vidi per la prima volta le pubblicità di Resident Evil 2, tanto dirette quanto crude. Se ricordo bene, una mostrava un fegato umano accompagnato da un claim che spronava il giocatore a non avere paura di affrontare quel titolo Capcom; un’altra, simile, ritraeva dei punti di sutura. Erano pubblicità così impattanti e, in un certo senso, “proibite” che, appena ebbi l’occasione di provare personalmente Resident Evil 2, sentii i brividi scendere lungo la schiena.
Lo giocavo da solo, seduto su una scomoda sedia nel soggiorno della mia prima casa, circondato da penombra e un tale silenzio che avrebbe fatto raggelare il sangue anche ai più audaci. Amavo quella sensazione.
Intorno al 2001, passavo spesso i sabati sera a casa del mio migliore amico, cenando con una pizza e sfidandoci nella modalità deathmatch di Syphon Filter 2, sorseggiando litri e litri di tè verde appena uscito dal frigo. Non so esattamente come sia nata questa "perversione" per le due cose citate, ma in qualche modo siamo sopravvissuti senza guastarci i reni.
Un compagno di classe, invece, mi mostrò per la prima volta la spettacolarità degli inseguimenti in Driver e quanto fosse divertente rivederli nel replay. Questo gioco fu la mia rovina non appena arrivò in casa la prima PlayStation.
Lo stesso accadde nei primi anni 2000 con Grand Theft Auto 2, il gioco “vietato” ai minori per la sua violenza gratuita, che però ci passavamo comunque di mano in mano sotto i banchi di scuola, come se fossimo dei pusher al parchetto sotto casa alle tre del pomeriggio.
Non ho ancora menzionato le tantissime ore trascorse a completare in loop le demo di giochi come Crash Bandicoot, Theme Hospital, Ape Escape e Tombi. Quest’ultimo, in particolare, era diventato la mia ossessione, dato che non avevo la possibilità di acquistarlo in versione completa.
Quando arrivò Final Fantasy (iniziai con l’ottavo capitolo), questa mia nuova ed entusiasmante esperienza videoludica mutò in qualcosa di più complesso, decisamente profondo e mi portò negli anni a seguire ad esplorare con attenzione tutti quei titoli in cui la narrazione era l’aspetto dominante. Credo che sia stato quello l’esatto punto in cui ho iniziato a comprendere davvero l’arte dietro ai videogiochi, attraverso le musiche, i personaggi ed i luoghi con cui potevo effettivamente interagire e allontanarmi per un breve tempo dalla realtà.
La Playstation ha funto da passepartout per un numero imprecisato di mondi meravigliosi nei quali ho avuto il piacere di perdermi; non solo, è stata anche la scintilla che ha acceso passioni esterne al suo contesto e mi ha permesso di vivere momenti di pura convivialità con amici e parenti. E se è vero che il primo amore (videoludico) non si dimentica mai, allora questo trentesimo anniversario di Playstation lo voglio dedicare al mio inizio da videogiocatore ed a tutti coloro che hanno partecipato a questo bellissimo ricordo.